Giancarlo Quaranta, pioniere dei diritti di cittadinanza scientifica

Il 12 novembre 2015 è venuto a mancare il sociologo Giancarlo Quaranta, fondatore e presidente del Centro di Ricerca e Documentazione Febbraio ’74, un centro di ricerca sociale con sede in Roma oggi denominato CERFE.
Giancarlo Quaranta era un sociologo e tra le prime ricerche realizzate col suo centro ve n’è stata una, nel 1980, sulla condizione sociale degli anziani a Napoli e a Milano.
Giancarlo Quaranta è stato uno dei primi in Italia a parlare dei nuovi “diritti di  cittadinanza scientifica”. Per ricordarlo vi proponiamo un approfondimento sul tema di questi diritti emergenti di cittadinanza e un articolo, firmato da Quaranta, che gli avevamo chiesto e apparso nel dicembre 2007 con il titolo Conoscenza, responsabilità e cultura: riflessioni sulla comunicazione scientifica, su JCOM (Journal of Science Communication), una rivista della Scuola  Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste.

La cittadinanza scientifica
Il mondo non sta cambiando. Il mondo è già cambiato, (anche) perché è cambiata la geografia della scienza. E, di conseguenza, la geografia della conoscenza. Per uomini e mezzi messi a disposizione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica l’Asia eguaglia, ormai, le Americhe e ha nettamente superato l’Europa.
Non si tratta di un mutamento come tanti. Si tratta di un mutamento storico. Forse persino epocale. Perché la conoscenza scientifica non è più uno degli elementi nella vita individuale e collettiva degli uomini. Ma è il motore del sistema produttivo e della stessa dinamica sociale. Per questo molti sostengono che dopo l’era della raccolta e della caccia (da 200.000 a circa 10.000 anni fa), dopo l’era dell’agricoltura e dell’allevamento (da circa 10.000 a poco più di 200 anni fa), dopo l’era della produzione industriale (da poco più di 200 anni fa a ieri), siamo entrati in una nuova era della storia umana, la quarta: l’era – appunto – della conoscenza. Di cui la conoscenza scientifica è componente decisiva.
Questa nuova era comportata un profondo ristrutturazione della società e dello stesso modo di vivere degli uomini. E comporta anche una rivisitazione del processo democratico e del concetto stesso di democrazia, attraverso una nuova e più completa estensione dei diritti di cittadinanza.
La democrazia non è, infatti, una condizione assoluta, ma, appunto, un processo storicamente determinato. In tempi moderni il processo democratico è stato segnato, quasi a ogni secolo, dall’estensione progressiva dei diritti di cittadinanza.
Il XVIII secolo, per esempio, è stato il secolo che ha avviato il processo di affermazione della democrazia in Occidente (Europa e Nord America) così come la intendiamo oggi, grazie alle sue tre rivoluzioni: quelle politiche, la francese e l’americana, e quella industriale, iniziata in Inghilterra intorno al 1760. Ebbene nel XVIII secolo inizia la democrazia moderna, attraverso la sottrazione di fatto della titolarità di alcuni diritti al sovrano assoluto per consegnarli a tutti i cittadini. L’estensione dei diritti – da uno, il sovrano, a tutti, che da popolo diventano cittadini – riguarda, in questa fase, i diritti di cittadinanza civile, a partire da i “diritti naturali”: vita, libertà di pensiero e di parola, uguaglianza di fronte alla legge e anche diritto di proprietà. Proprio come aveva teorizzato nella seconda metà del Seicento John Locke, considerato il padre del liberalismo.
L’affermazione dei diritti di cittadinanza civile rende possibile la nascita degli stati moderni e, in un intreccio certo non lineare eppure reale, consente lo sviluppo del sistema di produzione industriale.
Non bastano, tuttavia, i diritti civili per un pieno sviluppo della democrazia. Neppure della democrazia formale. Nel XIX secolo si impone il problema della partecipazione – attiva e passiva – dei cittadini al governo della cosa pubblica. Nasce l’esigenza di estendere i diritti di cittadinanza alla politica. Non è un cammino né facile né lineare. E tuttavia è un cammino tendenziale. Il riconoscimento dei diritti politici – possibilità di votare in libere elezioni (elettorato attivo), possibilità di candidarsi a incarichi pubblici (elettorato passivo) – diventa un elemento coessenziale del concetto stesso di democrazia. La storia del XIX secolo e della prima parte del XX secolo è troppo ricca e complessa per poter essere ricostruita in poche pennellate. E, tuttavia, è innegabile che, alla fine di questo percorso – che potremmo far coincidere con la fine della seconda guerra mondiale – in tutto l’Occidente i diritti politici vengono riconosciuti a tutti i cittadini adulti, a prescindere dal censo e dal sesso.
Ma proprio alla fine della seconda guerra mondiale diventa evidente – diventa egemone – l’idea che i diritti di cittadinanza civile e politica sono elementi necessari, ma non sufficienti per la democrazia sostanziale. Occorre, per una democrazia vera, estendere ancora una volta i diritti di cittadinanza. Occorre riconoscere come imprescindibili i diritti alla salute, all’istruzione, al lavoro. In altri termini occorre riconoscere i diritti di cittadinanza sociale. Ancora una volta questa estensione dei diritti sociali parte dall’Europa: il 5 luglio 1948 la Gran Bretagna è il primo paese a dotarsi di un Servizio sanitario nazionale e a riconoscere la salute come un diritto universale. Ma il riconoscimento dei diritti di cittadinanza sociale diventa esso stesso universale: il 10 dicembre 1948, infatti, le Nazioni Unite approvano la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, citando esplicitamente sia i diritti civili e politici, sia i diritti sociali, economici e culturali.
A quasi settant’anni dalla sua approvazione, quella Dichiarazione conserva intatta la sua validità. C’è tuttavia bisogno di estendere ancora una volta i diritti di cittadinanza: dopo il riconoscimento dei diritti di cittadinanza civile, politica e sociale occorre riconoscere i diritti di cittadinanza scientifica (e, più in generale, della conoscenza). In cosa consiste questa estensione?
In primo luogo occorre riconoscere che siamo entrati in una nuova fase della storia sociale ed economica dell’uomo, dove la conoscenza ha assunto un nuovo ruolo. È diventata il motore dell’economia. Se nella società industriale il valore delle merci scambiate era la somma del costo delle materie prime e del costo del lavoro fisico necessario per trasformare, oggi il valore di una quantità crescente e sempre più egemone delle merci (non solo dei servizi) è dato dalla quantità di conoscenza incorporata. Il costo del computer con cui sto scrivendo questo articolo, per esempio, non è dato dai pochi spiccioli necessari per procurarsi la plastica e il silicio e neppure dal costo del lavoro degli operai che hanno assemblato le varie componenti. Il costo è determinato dalla quantità di conoscenza informatica che esso contiene. Ma non si tratta solo dei computer. Persino in una bottiglia di vino, oggi, il valore aggiunto non è dato dalla fatica degli agricoltori, quanto dalla conoscenza degli enologi.
L’economia e la società della conoscenza stanno producendo una quantità di ricchezza senza precedenti nella storia dell’umanità. E tuttavia la mancanza di democrazia sostanziale nella società e nell’economia della conoscenza ha fatto sì che mai, come in questo momento, la disuguaglianza tra le nazioni e all’interno delle nazioni sia stata così grande. Mai il mondo è stato così ricco, mai è stato così ingiusto.
Perché?
Una parte della risposta è che i diritti sociali, politici e civili riconosciuto sulla carta non vengono riconosciuti nella realtà. Ma l’altra parte della risposta è che non si sono ancora affermati i diritti per il controllo democratico della risorsa conoscenza. Non si sono affermati i diritti di cittadinanza scientifica, appunto.
Ma in cosa consiste, più esattamente, la cittadinanza scientifica? Ci sono diversi livelli in cui  essa si esprime. Uno è a livello degli stati. L’altro è a livello della società. Il primo riguarda la politica della ricerca. L’altro riguarda il governo della conoscenza.
Nell’era della conoscenza gli investimenti in ricerca scientifica e tecnologica hanno assunto un valore macroeconomico. In alcuni paesi la spesa in ricerca e sviluppo (R&S) ha superato il 2,5% della ricchezza prodotta (Stati Uniti, Germania), in altri paesi (Giappone, Svezia) gli investimenti in R&S hanno superato addirittura il 3,5% del Pil, in altri (Corea del Sud, Israele) hanno superato il 4,0%. La media mondiale supera, ormai,  il 2,0%. L’Italia, sia detto per inciso, investe in ricerca meno della metà della media mondiale.
In questi tutti i paesi solo un terzo di questa spesa è finanziata direttamente dagli stati: i due terzi ormai sono investimenti di imprese private. In tutti i paesi, però, la spesa – pubblica e privata – è influenzata in maniera decisiva dalla politica. In tutti i paesi è frutto di una “politica della ricerca”. Che significa non solo determinare quanto si spende nella produzione di nuova conoscenza, ma anche in quale tipo di conoscenza e per quali applicazioni. Non si tratta di decisioni astratte. Ma di decisioni che informano l’economia, rimodellano la società, investono l’etica.
Ci sono due modelli decisionali che si fronteggiano: quello elitario e quello pubblico. Nel primo modello, in nome della (presunta) estrema specializzazione del discorso, si tende a delegare la decisione a elite ristrette (shareholders). Nel secondo modello si tende, appunto, ad affermare i nuovi diritti di cittadinanza scientifica e a sostenere che devono compartecipare alle scelte tutti coloro che hanno una posto in gioco (stakeholders). E quindi, nel caso della politica della ricerca complessiva, tutti i cittadini. La politica della ricerca è (deve diventare) oggetto del dibattito pubblico.
Ma l’estensione dei diritti di cittadinanza scientifica non riguarda solo la definizione della politica della ricerca a livello dello stato, in tutte le sue articolazioni. Riguarda sempre più e in modo, per certi versi, più profondo l’intera società. E assume almeno altre tre dimensioni: quella culturale, quella sociale e quella economica.
Facciamo un esempio. Presentando nel febbraio 2010 al Congresso di Washington la sua proposta di budget federale per il 2011 per la ricerca scientifica a carattere non militare, il presidente degli Stati Uniti, Barack H. Obama, diede un arrivederci alla Luna e un forte abbraccio alla Terra.
Con quella sua proposta, Obama realizzò due operazioni. Da un lato, aumentò la spesa pubblica per la ricerca pubblica negli Usa, che nel 2011 poté contare su 66 miliardi di dollari (il 5,9% in più rispetto al 2010). Dall’altro diede un nuovo orientamento ai finanziamenti federali in ricerca e sviluppo, indirizzandoli verso la lotta ai cambiamenti del clima e verso il cambio del “paradigma energetico” (dai combustibili fossili alle energie rinnovabili e “carbon free”).
In questo semplice, ancorché rilevante, atto della prassi istituzionale della democrazia americana si può scorgere per intero il quadrilatero delle relazioni che ormai sovrintende alla produzione di nuova conoscenza scientifica e, in definitiva, alla società stessa della conoscenza: il rapporto tra comunità scientifica, stato, imprese e cittadini.
Il lavoro della comunità scientifica americana – e di conseguenza, dato il ruolo che gli Usa hanno nel sistema mondiale della ricerca, il lavoro della comunità scientifica di tutto il mondo – è stato molto influenzato dalla proposta di Obama che il Congresso approvò nella sua struttura portante. Perché sia i finanziamenti sia la manifestata intenzione politica hanno portato a ridimensionare, se non a chiudere del tutto alcuni progetti (come il Costellation, che voleva riportare un astronauta americano sulla Luna entro il 2020), mentre nuove prospettive si sono aperte nella ricerca sul risparmio energetico, sulle nuove fonti di energia, sul clima del pianeta Terra. Nel medesimo tempo Obama cercò di mettere in moto il sistema delle imprese, che ha trovato nei nuovi fondi pubblici per la ricerca stimoli a sviluppare il settore della cosiddetta “green economy”. La proposta di budget di Obama, infine, ha avuto riflessi nel rapporto tra politica e società: rafforzando, per esempio, le correnti ambientaliste presenti nella società americana. La proposta, infine, ha rimodellato su basi nuove i rapporti tra mondo scientifico e imprese (favorendone alcuni e sfavorendone altri); i rapporti tra mondo scientifico e cittadini; i rapporti, infine, tra imprese e cittadini.
Insomma, gli effetti politici, sociali, economici di quella proposta sono stati davvero rilevanti e pervasivi. Tanto da emergere con  notevole rilevanza alla COP 21, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, tenuta a Parigi nei giorni scorsi. In realtà, la proposta di budget in ricerca e sviluppo presentata da Obama al Congresso nel 2010 è stata solo relativamente innovativa. In passato ce ne erano state di più radicali: si pensi, per restare al solo campo della ricerca civile, alla proposta di Truman di avviare una politica di presenza forte dello stato federale nel settore scientifico, proposta che può essere considerata l’atto inaugurale dell’attuale società della conoscenza. Oppure alla proposta di Eisenhower di accelerare gli investimenti in ricerca e alta educazione dopo lo “schiaffo dello Sputnik” del 1957. O, ancora, alla proposta fatta da Kennedy all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso di portare un americano sulla Luna. O ancora, alla proposta di Nixon nel 1970 di lanciare “la guerra contro il cancro” che è, probabilmente, alla base della rapidissima esplosione delle ricerche in campo biomedica.
Tutte queste proposte – e altre ancora – appaiono come perturbazioni enormi  nell’ambito del quadrilatero all’interno del quale, dopo la seconda guerra mondiale, si consuma il complesso rapporto tra scienza e società, che è alla base, a sua volta, del complesso sviluppo della società della conoscenza.
È all’interno di questo quadrilatero che infatti si vanno affermando diritti di cittadinanza emergenti: i diritti di cittadinanza scientifica. Che, come nota  Giancarlo Quaranta, non sono semplicemente diritti (pur importanti) di accesso all’informazione scientifica. Ma sono diritti di “socializzazione” della scienza, la forma di produzione di nuova conoscenza che ha assunto una posizione centrale nella società e nell’economia della conoscenza.
Tenendo conto di questo quadrilatero (stato, comunità scientifica, imprese, società tutta), possiamo in maniera del tutto schematica – e, quindi, necessariamente incompleta – cercare di definire le sei linee di sviluppo principali della cittadinanza scientifica.

  1. I diritti di cittadinanza scientifica implicano un rapporto tra stato e comunità scientifica stretto, trasparente e rispettoso delle reciproche prerogative. Implicano un “dibattito pubblico” sulle scelte di politica della ricerca: come quello che si è svolto e tuttora si svolge a proposito del budget – il più grande budget pubblico al mondo per la ricerca – al Congresso degli Stati Uniti. Implicano un “dibattito maturo”, il che significa da un lato che i politici devono acquisire una più solida cultura scientifica e dall’altro che gli uomini di scienza devono acquisire una più solida cultura politica e una crescente consapevolezza del loro ruolo sociale. Implicano, infine, un “dibattito rispettoso”: perché se le politica tenta di prevaricare e di indicare agli scienziati come si fa ricerca, la ricerca si impoverisce e i danni alla società (basti ricordare il caso Lysenko, nell’Unione Sovietica) sono enormi; ma è anche vero che se gli scienziati – fatta salva la quota parte di ricerca “curiosity-driven” – chiedono una totale indipendenza, senza che la politica indichi gli obiettivi generali verso cui dirigere la ricerca, verrebbe meno il presupposto stesso della società della conoscenza. L’equilibrio è delicato. Ma trovarlo è indispensabile.
  2. I diritti di cittadinanza scientifica implicano un rapporto altrettanto maturo, trasparente e rispettoso delle reciproche prerogative tra comunità scientifica e imprese. L’economia della conoscenza si regge su due gambe – la produzione di nuova conoscenza e l’innovazione tecnologica – che poggiano entrambe sulla scienza. Le imprese della conoscenza sono imprese che si rivolgono alla comunità scientifica per aumentare le proprie conoscenze e le proprie capacità d’innovazione. La comunità scientifica riceve in cambio risorse enormi per svolgere la propria attività di ricerca (soprattutto nei settori più applicativi): i due terzi dei fondi a disposizione dei ricercatori nel mondo è di provenienza privata. Trovare l’equilibrio tra l’esigenza di produrre utili delle imprese e l’esigenza di svolgere in autonomia – e anche in serenità – l’attività di ricerca non è facile. E in questi anni, anzi, è stato fortemente squilibrato dalla richiesta delle aziende di “privatizzare” la conoscenza, che è invece è percepita dagli scienziati (ed è) un “bene comune”.
  3. I diritti di cittadinanza implicano un rapporto particolare tra stato e imprese. Anche questo trasparente e maturo. Lo stato deve essenzialmente svolgere cinque funzioni in questo rapporto: indicare gli indirizzi generali di sviluppo; finanziare la ricerca di base, o curiosity-driven o comunque non immediatamente applicabile, verso cui le imprese non hanno interesse eccessivo; garantire che l’accesso alla conoscenza “bene pubblico” sia pieno e non venga svuotato di contenuto; garantire che l’uso della conoscenza sia libero e sia praticabile, in linea di principio, da tutti; favorire la costruzione di un ambiente adatto all’innovazione.
  4. I diritti di cittadinanza implicano un dialogo – ancora una volta stretto, maturo, rispettoso – tra comunità scientifiche e cittadini. Questo dialogo deve avvenire attraverso tutti i canali di comunicazione. In maniera diretta. Attraverso i media. Ma anche attraverso le scuole e la stessa università: che proprio per questo è chiamata a una “terza missione”, oltre quella della formazione e della ricerca, la costruzione di una cultura diffusa della cittadinanza scientifica.
  5. Ma, a ben vedere, l’espressione dei diritti di cittadinanza scientifica implicano un nuovo rapporto anche tra cittadini e imprese della conoscenza. In almeno tre sensi. Le imprese hanno dei doveri nei confronti dei cittadini: fare in modo che le leggi di mercato, per esempio, non mettano mai in discussione i diritti dei cittadini ad avere accesso alla conoscenza e alle sue applicazioni fondamentali. Il secondo è che i cittadini abbiano accesso a informazioni sulle imprese relative alla propria sicurezza: non deve succedere, in una società democratica della conoscenza, che ai cittadini vengano negati informazioni essenziali sulla propria salute o su quella dell’ambiente in cui vivono. Infine insieme, cittadini e imprese, devono trovare forme di cooperazione per creare e sviluppare un ambiente democratico adatto all’innovazione.
  6. I nuovi diritti di cittadinanza scientifica, infine, implicano un rapporto nuovo tra stati e cittadini. Sia attraverso forme di partecipazione attiva dei cittadini alla definizione delle politiche scientifiche: dall’allocazione dei fondi all’elaborazione di normative su temi eticamente sensibili. Sia attraverso forme che diano sostanza all’idea che la cultura scientifica (e, più in generale, la conoscenza tout court) sia non solo accessibile a tutti, ma utilizzabile da tutti.

L’insieme – che abbiamo abbozzato in maniera forse eccessivamente schematica – di queste relazioni forma una rete grazie alla quale la società della conoscenza, attingendo a quella risorsa infinita che è, appunto, la conoscenza, cessa di generare quelle che Joseph Stiglitz chiama promesse infrante – cessa di generare la maggiore quantità di ricchezza materiale e la maggiore quantità di ingiustizia mai prodotte dall’uomo – e inizia a realizzare l’ideale che Francis Bacon pone come valore fondamentale della nuova scienza: generare in maniera sostenibile benefici equamente distribuiti per l‘intera umanità.