Giovanni Berlinguer: un medico, uno scienziato, un politico

Nel corso della sua vita, Giovanni Berlinguer si è sempre confrontato con ambiti in cui scienza, filosofia e politica si incontrano e si fondono in una intricata rete di relazioni e di contraddizioni. Nei suoi scritti l’importanza dei movimenti lenti della storia sugli eventi quotidiani si accompagna sempre alla consapevolezza di quanto l’impegno profuso ogni giorno sia in grado di trasformare i caratteri profondi di una società e di una cultura. Questa prospettiva è così esposta in un fortunato teste del 1970 intitolato “Politica della scienza”, dove si sofferma sulle trasformazioni che il rapporto tra scienza e società subiva in quegli anni così ricchi di aspettative, speranze e tormenti.

«Conviene quindi considerare l’unione fra scienza e politica non come un’esigenza di “incontro al vertice”, ma come un processo che deve coinvolgere, insieme a tutti i lavoratori della ricerca, stimolati nella loro attività creatrice, milioni di uomini, interessati sempre più direttamente ad assicurare alle forze progressive la guida delle immense potenzialità positive della scienza e della tecnica»[1].

La sua analisi si basa sull’esperienza di un incarico politico che a partire dal 1969 lo porta ad essere il responsabile della ricerca scientifica della sezione cultura del Partito comunista italiano; posizione che gli aveva dato la possibilità di interagire con alcuni settori della società italiana dove più forte era il fermento sociale, politico e culturale di quel periodo.
Di questa rinnovata attenzione verso la scienza sono prova una serie di convegni riguardanti psicologia e psichiatria, informatica, uomo-natura-società, scienza e organizzazione del lavoro, lo sviluppo delle scienze biologiche, temi fino a quel momento trascurati o relegati in posizione residuale[2] nei quali Berlinguer svolge una delicata e fondamentale opera di coordinamento scientifico spesso pronunciando le relazioni introduttive. Il denominatore comune di questi incontri è la centralità assegnata al carattere culturale, e non solo pratico della scienza, la sua funzione politica e dirimente nella regolazione dei rapporti sociali[3]. Più in generale, il fulcro della questione era la riluttanza e spesso l’incapacità del marxismo italiano a uscire da un clima culturale caratterizzato da una scarsa attenzione nei confronti della ricerca scientifica; di essa, naturalmente, si ammetteva la rilevanza sul piano tecnico-pratico dei risultati operativi e delle applicazioni, senza però riconoscerle la dignità culturale e politica che le spettava: anche alla luce dei fondamentali contributi che, nel corso del XX secolo, le scienze naturali avevano fornito al corretto inquadramento di molti dei tradizionali problemi filosofici relativi[4]. Un’operazione non facile: oltre infatti agli ostacoli frapposti da quei settori del partito ancora impregnati dal materialismo dialettico di stampo sovietico, vi erano quelli che provenivano da quegli ambienti della estrema sinistra, in cui riscuotevano successo quelle tesi impegnate a presentare la scienza come totalmente subordinata agli interessi economici contingenti, tesi fondate su una: «strana mescolanza di irrazionalismo heiddegeriano e di oscurantismo antiscientifico ammantato di pensiero rivoluzionario»[5]. Questo genere di interpretazioni, in voga anche ai nostri giorni, nella loro accattivante capacità di semplificazione sono un tentativo illusorio di sottrarci dal dovere di affrontare il difficile compito di definire un’immagine adeguata della struttura e delle interconnessioni della scienza nella società contemporanea. Dipingere la scienza come uno strumento di alienazione e sopraffazione, era (ed è) niente altro che un riduttivo processo alla modernità che si sostituisce all’analisi rigorosa sulla dei rapporti sociali. Proprio in ragione di questa insufficienza, Berlinguer sottolineava che era necessario confrontarsi e conoscere per scegliere, in quanto la semplice messa in stato d’accusa della scienza, era solo un facile modo per assolvere la società dalle sue colpe e omissioni. Nello stesso tempo, pur affermando l’insostituibile valore conoscitivo della scienza, Berlinguer è contro lo «scientismo», in quanto ritiene che non sia possibile trattare i problemi scientifici prescindendo dalle strutture della società in cui essi si presentano[6]. In altri termini, se la scienza è uno strumento potente non è indifferente quale gruppo sociale la possegga: qualora infatti essa sia appannaggio di pochi, si identifica come un mezzo di coercizione, ma, al contrario, se la scienza diventa appannaggio anche degli ultimi allora costituisce il più potente strumento di liberazione e di progresso civile.
L’argine a queste derive – critica radicale della scienza e scientismo – è per Berlinguer quello di considerare la scienza come un’istituzione sociale dinamica, in cui la politica non si trova in una condizione di ricezione passiva ma di reciproca costruzione con le più svariate articolazioni della società. Solo in questo modo è possibile mettere in luce non solo i rapporti e il ruolo che la scienza occupa nella società, ma anche quegli aspetti che sono spesso trascurati nei resoconti tradizionali della pratica scientifica come le interazioni tra i linguaggi di esperti e non esperti. Nel loro insieme, questi interventi anticipano alcuni nodi sia teorici sia dell’azione politica che Berlinguer svilupperà negli anni successivi su di temi di fondamentale rilevanza etica come e e che diventeranno centrali nella sua più generale visione della bioetica.

 

Questo insieme di questioni è riscontrabile nel carattere innovativo della riflessione che Berlinguer sviluppa già a partire dai primi scritti degli anni Cinquanta e Sessanta, dedicati al rapporto tra automazione dei processi produttivi e condizioni di salute[7], e quelli successivi in cui esamina la condizione della vita urbana[8]. Si tratta di un lavoro teso costantemente a definire la poliedricità dei concetti di «malattia» e di «salute» che non sono mai considerate come epifenomeni, ma come il risultato di un processo, una«relazione ecologica» con tre protagonisti: gli individui, l’ambiente naturale (con le cause di malattia in esso presenti) e l’ambiente sociale, che produce altre cause di malattia ma al tempo stesso occasioni per la cura. In questa prospettiva, salute e malattia sono il risultato della nostra capacità e possibilità di interagire al meglio con la società e di esercitare i nostri diritti e i nostri doveri in ogni ambito della vita lavorativa e affettiva[9]. Se le malattie sono dei modelli esplicativi della realtà, la suddivisione dell’insieme dei fenomeni patologici in entità nosologiche (il modello medico della malattia) presuppone una scelta filosofica e i fattori culturali intervengono necessariamente in questo processo intellettuale. Le malattie sono quindi un fenomeno biologico, ma la loro comprensione da parte della medicina è un fenomeno sociale – e come tale politico – che permette di leggere il modo in cui una società le interpreta e si organizza[10]. Anche quando si sofferma sulla questione ecologica, Berlinguer osserva che una politica ambientalista attiva, è anche un aspetto della sanità pubblica perché la valutazione dell’impatto delle attività produttive è, in primo luogo, un modo per prevenire i danni sia per la salute che per l’ambiente e nello stesso tempo uno stimolo per migliorare la qualità complessiva delle produzioni. Solo in questo modo è possibile rompere il corto circuito che genera il conflitto etico tra diritto al lavoro e il diritto dell’intera popolazione a un ambiente non degradato.

Per Berlinguer, la parola «responsabilità» può avere due significati diversi, anzi opposti. Uno è impegno, coscienza, scrupolo, moralità. Azioni di cui ciascuno è chiamato a rispondere in proporzione diretta al suo sapere e al suo potere. La parola «responsabilità» però, nel linguaggio comune, vuol dire anche colpa, reità, errore. È in questo senso, più che nell’altro, che oggi viene chiamata in causa la scienza. In particolare, il confronto con nuove opportunità che prima non esistevano, genera anche grandi responsabilità nelle scelte, da questo cambiamento deriva l’esigenza di stabilire alcuni criteri morali che non sono soltanto quello di primum non nocere, ma anche quello di utilizzare queste possibilità in rapporto alle esigenze di autonomia e di giustizia degli esseri umani. Il tema della responabilità nella duplice accezione sopra richiamata è anche alla base della distinzione tra «bioetica quotidiana» e «bioetica di frontiera», che Berlinguer espone in modo organico per la prima volta in un convegno dell’Istituto Gramsci nel 1988 e che avrà largo seguito, anche in campo internazionale, negli anni successivi[11]. Questa distinzione si basa sulla necessità di considerare che insieme ai temi che nascono in rapporto con gli sviluppi più avanzati della biomedicina convivono quelle esperienze, spesso drammatiche, che interessano la vita delle persone[12].
In questo senso assumono un ruolo centrale le considerazioni che Berlinguer svolge intorno al corpo umano, nelle quali mostra come i temi che ruotano intorno ad esso richiedono, prima di tutto, di considerare che esistono un prima e un dopo nella conoscenza scientifica, il prima sta nella scelta, basata anche su criteri morali, dei soggetti e dei metodi migliori per giungere alla conoscenza; il dopo sta nell’orientamento e nella selezione dei criteri – sociali e politici – con cui le conoscenze acquisite si applicano: «Il dilemma che riguarda il corpo umano, se considerarlo un valore in sé oppure una merce, non è componibile. Si stanno definendo fin da ora i confini di questo spartiacque morale, che può diventare uno dei più impegnativi del secolo XXI»[13]. La ridefinizione del ruolo del corpo nel rapporto tra scienza e società contemporanea è, in tal senso, paradigmatica. Ecco alcuni esempi: allungamento della durata dell’esistenza e la ricerca di una più alta qualità della vita; possibilità di curare molti mali «incurabili», di prevenire molte malattie «inevitabili»; riconoscimento del diritto alla salute e alla sicurezza come un diritto fondamentale dell’essere umano; emergere della figura del paziente come soggetto morale e non più subordinato all’autorità o al paternalismo del medico; liberazione e controllo della sessualità e della riproduzione, particolarmente importanti nell’affermare i diritti delle donne; possibilità di prelevare, modificare, conservare, trasferire e usare, a vantaggio di altri, parti separate del corpo umano. Per Berlinguer, ciò che colpisce maggiormente è la crescita parallela di un altro fenomeno: mai nella storia (con l’eccezione negativa della schiavitù) il corpo umano è stato così largamente trasformato in merce. Le sue malattie diventano una fonte di profitto, e la sua immagine (in particolare quella delle donne) è usata come veicolo per vendere qualsiasi tipo di merce. Ancor più importante, si verifica un fenomeno nuovo: i «pezzi di ricambio» del corpo sono portati direttamente sul mercato, che si può chiamare in questo caso un mercato biotecnologico[14]. I problemi storici e morali che si presentano, e che riguardano sia il passato, sia l’oggi, possono essere formulati secondo Berlinguer attraverso due semplici domande: fino a che punto il mercato del corpo umano può essere una causa non della crescita, ma del ristagno o del regresso, cioè può divenire un ostacolo allo sviluppo tecnico-scientifico e sociale, se paragonato ai vantaggi offerti da altre soluzioni? E’ giusto, per una spinta causata da esigenze del momento, rinunziare ai valori storico-morali che sono i componenti essenziali della nostra civiltà?[15].

 

Le domande che derivano da questa condizione del tutto nuova del rapporto tra scienza e società possono essere così formulate: come gli scienziati possono contribuire a correggere o invertire le attuali tendenze? Come gli scienziati devono interpretare le loro scoperte, il loro significato e le possibilità che esse aprono? A questi due quesiti Berlinguer risponde che commentare e dare senso alle scoperte è compito di tutti, ovviamente, ma è dagli scienziati che parte quasi sempre, insieme alla notizia, la prima valutazione del loro significato. Si tratta ovviamente di questioni eticamente controverse e delicate nelle quali sono spesso gli scienziati la parte più esposta perché la possibilità di ottenere dei finanziamenti e la possibilità di proseguire il libero percorso di conoscenza, è sempre più vincolato alla capacità di raggiungere dei risultati che siano rapidamente trasformabili in tecnologie e prodotti spendibili sul mercato: un meccanismo che se non è monitorato con la giusta attenzione, può indurre a minimizzare o a esaltare i risultati e può condurre molto fuori strada. In questo senso, l’etica fondamentale della scienza è strettamente connessa al suo rigore metodologico e alla sua libertà. Come l’arte, come la filosofia, come la letteratura, la conoscenza scientifica non può progredire senza creatività, e questa non può manifestarsi senza libertà. Una libertà che deve essere perseguita fino in fondo, sia opponendosi alle restrizioni dogmatiche, sia rimuovendo ogni altro ostacolo. Del resto, non mancano esempi storici in cui l’intreccio tra politica ed economia svolge un ruolo attivo che utilizza e modifica le conoscenze scientifiche secondo le proprie esigenze e stabilisce che cosa sia la scienza giuridicamente rilevante, quali esperti siano credibili, e come debbano essere interpretati i dati scientifici.
Questo tema, che ha un richiamo diretto con l’idea di bioetica quotidiana, è anche uno dei fili conduttori dell’attività di Berlinguer negli anni in cui è presidente del Comitato nazionale per la bioetica[16]. In particolare, nel documento I Comitati etici in Italia: orientamenti per la discussione, scrive:

«I problemi della bioetica hanno dimensione e rilevanza transnazionale, come testimonia il fatto che sono chiamati a regolarli su basi uniformi in primo luogo alcuni atti internazionali. Ma soprattutto le strutture interne dei singoli Stati sono designate a predisporre degli strumenti democratici adeguati. Essi sono necessari sia perché i cittadini vengano informati sui problemi, sia perché possano svilupparsi forme di dibattito che abbiano rilevanza per le decisioni pubbliche e per i provvedimenti di attuazione. Tali strumenti, se vogliono essere veramente democratici devono radicarsi su base locale nelle istituzioni del territorio ed è a partire da qui che la voce dei cittadini insieme a quella degli specialisti e di coloro che influiscono sugli orientamenti morali deve trovare canali di ascolto. Il creare un consenso sociale informato alle priorità delle ricerche biomediche, ai loro metodi e alle loro applicazioni può svolgere una funzione di garanzia e di promozione della scienza, in un periodo nel quale i suoi quotidiani progressi suscitano speranze e preoccupazione crescenti»[17].

La riflessione che Giovanni Berlinguer sviluppa nel corso di un cinquantennio si fonda sull’idea che non è possibile ignorare l’esistenza di fili conduttori comuni, problemi morali da affrontare congiuntamente, tendenze culturali da modificare globalmente, sinergie da mettere in movimento per affrontare temi che hanno ricadute riguardanti aspetti essenziali della qualità della convivenza umana. Questo insieme di questioni – scrive Berlinguer – ci spingono a porci una domanda: «Come sarà la società plasmata dalle acquisizioni tecnico-scientifiche?»[18], a questo interrogativo è però necessario sempre aggiungerne un altro: «Come operare per una società che sia in grado di sollecitare e impiegare a beneficio di tutti, tali acquisizioni?»[19].

 

Note

[1] G. Berlinguer, Politica della scienza, Editori Riuniti, Roma 1970, p. 52.
[2] Cfr. Psicologia,psichiatria e rapporti di potere, Atti del convegno promosso dall’Istituto Gramsci, Roma 28-30 giugno 1969, Editori Riuniti-Istituto Gramsci, Roma 1971; Franco Ferri (a cura di) Scienza e organizzazione del lavoro, Atti del convegno promosso dall’Istituto Gramsci, Torino 8-10 giugno 1973, Editori Riuniti, Roma 1973; Uomo, natura, società. Ecologia e rapporti sociali, Atti del convegno promosso dall’Istituto Gramsci, Frattocchie (Roma) 5-7 novembre 1971, Editori Riuniti-Istituto Gramsci, Roma, 1972; Informatica, economia, democrazia: atti del seminario del PCI tenuto alle Frattocchie (Roma), 11-13 ottobre 1973, Editori riuniti, Roma, 1974;Scienze biologiche e bisogni dell’uomo, Atti del convegno promosso dall’Istituto Gramsci, Frattocchie (Roma) 3-4 ottobre 1975, Editori Riuniti, Roma 1977.
[3] C. Pogliano, “Le culture scientifiche e tecnologiche”, in Francesco Barbagallo (a curad i)Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1995, vol. II/2, pp. 555-634.
[4] S. Tagliagambe,”Gli effetti deleteri della svolta epistemologica del ’70″. Relazione presentata al convegno, La crisi del soggetto marxismo e filosofia in Italia negli anni settanta e ottanta, Istituto Gramsci, Roma, 26-28 novembre 2014.
[5] Per una panoramica di queste posizioni, P. Rossi, “Tra Arcadia e Apocalisse: note sull’irrazionalismo italiano degli anni Sessanta”, in Paragone degli ingegni moderni e postmoderni, il Mulino, Bologna1989, p. 78.
[6] G. Berlinguer, Politica della scienza, op. cit.p.50<
[7] Cfr. G. Berlinguer, Automazione e salute, Istituto di Medina Sociale, Roma 1958; G. Berlinguer, La macchina uomo, Editori Riuniti, Roma 1961
[8] G. Berlinguer, Malaria urbana, Feltrinelli, Milano 1976.
[9] G. Berlinguer, Medicina e politica, De Donato, Bari 1973.
[10] G. Berlinguer, La malattia, Editori Riuniti, Roma 1984.
[11] G. Berlinguer, “Bioetica quotidiana e bioetica di frontiera”, relazione presentata al Convegno dell’Istituto Gramsci Questioni di vita – etica, scienza e diritto, Roma, 11 marzo 1988. Pubblicata in Questioni di vita, Einaudi, Torino 1991, pp. 3-26.
[12] Ivi, p.3.
[13] G. Berlinguer, V. Garrafa, La merce finale. Saggio sulla compravendita di parti del corpo umano, Baldini & Castoldi, Milano 1996 (seconda edizione come Il nostro corpo in vendita. Cellule, organi e pezzi di ricambio, con una lettera agli autori di Norberto Bobbio e la riproduzione di un articolo di Antonio Gramsci del 6 giugno 1918 intitolato La merce), pp. 213-214.
[14] G. Berlinguer, F. Rufo, “Mercato e non mercato nel biodiritto”, in Stefano Rodotà, Paolo Zatti (a cura di), Trattato di Biodiritto, Giuffré, Milano 2010, pp. 1009-1025.
[15] G. Berlinguer, Storia della salute, Giunti, Firenze 2011.
[16] C. Flamigni, Un ricordo di Giovanni e una valutazione breve della linea impressa al Comitato nazionale per la bioetica dalla sua presidenza, in «Bioetica. Rivista interdisciplinare», 2015, 4, pp. 597-608.
[17] Cnb, I Comitati etici in Italia: orientamenti per la discussione, Roma, 13 luglio 2001.
[18] G. Berlinguer, “Le bioetiche: regole e culture”, in Giovanni Berlinguer et al. Lezioni di Bioetica, Ediesse, Roma 1997, p. 38.
[19] Ibidem