Ischia: fauna, gestione e conservazione di un patrimonio naturale

La gestione per la conservazione della biodiversità è uno strumento utile a fronteggiare la progressiva scomparsa di specie e habitat come conseguenza diretta e indiretta delle attività umane.

Le specie in pericolo di estinzione subiscono un decremento numerico principalmente a causa della persecuzione diretta, della distruzione degli habitat, dell’introduzione di altre specie e dell’inquinamento. Per molti animali e vegetali è necessario l’intervento umano per assicurarne la sopravvivenza.
La dimensione del problema è tale che può essere definito come la “sesta estinzione”, poiché la sua entità è confrontabile con quelle di altre estinzioni di massa documentate negli strati geologici.
Una specie persiste sulla Terra per circa 5 – 10 milioni di anni, questo dimostra come il processo di estinzione sia una fase naturale del processo evolutivo. Ma di solito l’estinzione è bilanciata da un processo di speciazione che ristabilisce il livello di diversità con la nascita di nuove specie. Purtroppo durante la sesta estinzione il processo di speciazione fatica a restituirci nuove specie per bilanciare il progressivo impoverimento indotto dall’umanità, la prima specie nella storia della vita sulla Terra a diventare una forza geofisica.

Ma ci servono proprio? Voglio dire, tutte le specie, anche alcuni fastidiosi e insignificanti insetti? Probabilmente si! Se immaginiamo un mondo senza insetti, nel giro di pochi anni trasformazioni cataclismatiche porterebbero all’estinzione anche la nostra specie.
Immaginiamo.
Le pinte a fiore cesserebbero di riprodursi senza impollinatori, e nel giro di un secolo o due scomparirebbero gradualmente quelle erbacee prima, arbusti ed alberi poi. Questo innescherebbe l’estinzione di molte specie di uccelli e altri vertebrati terresti che dipendono da siti riproduttivi, frutti e semi. I suoli precipiterebbero in una spirale di anossia perché gli insetti, e non i lombrichi, sono i principali aratori sulla terra. Da questa attività di rimescolamento dipendono tutti gli organismi che vivono nei primi strati del terreno: protozoi, nematodi, molluschi e anellidi.
Il degrado e la morte del suolo porterebbe alla scomparsa anche di quelle piante che non dipendono dagli insetti impollinatori, come le piante anemofile, felci e conifere. Queste si erano probabilmente espanse per assenza di competizione nelle aree dove erano scomparse le angiosperme.
Tutta questa massa di morte indurrebbe una crescita esponenziale di funghi e batteri che resterebbero dominanti per qualche secolo sul nostro pianeta, ormai brullo e lanuginoso. All’uomo resterebbero, come fonte trofica, le specie allevate e la dispensa rappresentata dal mare. Ma in ragione della massa umana si innescherebbe una competizione feroce tra i popoli nel reperimento delle risorse. Si innescherebbero guerre per il controllo delle fonti di cibo, sempre più scarse. Intrappolati su un mondo sempre più inospitale, pregheremmo per il ritorno delle zanzare, delle api, delle formiche e di qualche pianta infestante.
Abbiamo giocato con le ipotesi, ma attenti ai pesticidi.

Di quali strumenti siamo dotati per affrontare questi temi, non per gioco, ma in maniera più razionale e realistica? Tra questi strumenti, lo studio dell’ecologia e dei processi evolutivi. Accrescere la nostra conoscenza sull’evoluzione, sulla relazione che esiste tra popolazioni e specie, significa poter calibrare le nostre azioni in modo da renderle compatibili e prevenire effetti a catena molto rischiosi.
Il biologo cerca continuamente strumenti di studio che gli consentano di imparare il funzionamento dei sistemi naturali.
Il biologo evolutivo, il naturalista, l’ecologo delle popolazioni non dispone sempre di condizioni controllate o di un laboratorio entro cui sviluppare modelli predittivi che siano applicabili al contesto ambientale. L’estinzione e la speciazione si esplicano in sistemi difficilmente prevedibili e lo studio deve essere spostato dove questi fenomeni avvengono.

Per questo le isole sono contesti preziosi. Laboratori in cui analizzare fenomeni esportabili sulla terraferma.
Che le isole rappresentino straordinari laboratori lo dimostra l’impatto dei primi studi di biogeografia insulare sulla comunità scientifica che si occupava di conservazione. Quando MacArthur e Wilson nel 1967 enunciarono i principi di estinzione e speciazione che regolavano la diversità insulare fu immediatamente chiaro come questi principi potessero essere applicabili in un qualsiasi posto della Terra. Gradualmente sorsero e si svilupparono studi su sistemi terrestri, prime prove di lavoro sulla biologia della conservazione e sulle sue applicazioni. Nel 1978 Soulé e Wilcox pubblicarono gli atti di un convegno che è considerato l’atto di nascita della biologia della conservazione, scienza della rarità e della diversità, secondo la visione sviluppata nel 1986 in un’opera curata sempre da Soulé.
L’isolamento condiziona la biologia delle popolazioni naturali, per questo e per altri motivi, le isole rappresentano serbatoi di diversità.
Le comunità animali e vegetali insulari sono diverse da quelle della terraferma appartenenti alla stessa specie. Molte teorie evolutive hanno tentato di spiegare questa strana piega che prendono le popolazioni poste in isolamento forzato con la sindrome insulare, la regola insulare, la sindrome insulare inversa.

Lucertola azzurra - Podarcis sicula coerule tipica dei Faraglioni di Capri

Lucertola azzurra – Podarcis sicula coerulea tipica dei Faraglioni di Capri. Il suo colore e la sua aggressività sono tratti tipicamente insulari

Per esempio, se si considera l’isola come uno spazio definito, più o meno grande, in cui le variazioni climatiche, la disponibilità alimentare, l’affollamento, la difficoltà di sfuggire ad un predatore e la probabilità di subire catastrofi contribuiscono ad una forte instabilità, si capisce perché le popolazioni cercano soluzioni per trasferire, prima possibile, i propri geni alla generazione successiva. Così, le popolazioni che di doman non han certezza competono sfrenatamente per il cibo, sono aggressive, maturano precocemente, investendo molta energia nella riproduzione e nella produzione di uova.
Di solito queste caratteristiche trascinano con se anche altri tratti tipicamente insulari come lo spiccato cromatismo, motivo per cui alcune piccole isole sono frequentate da animali più scuri dei parenti della terraferma, colorati più intensamente o addirittura melanici.
Vivere su un’isola quindi può segnare il percorso evolutivo, rendendo peculiari le faune e le flore insulari anche riguardo le conspecifiche della terraferma.
Le popolazioni insulari contribuiscono alla creazione di una straordinaria diversità di per se, che poi si mescola in un insieme di altre specie che cambia nei vari periodi dell’anno secondo un preciso calendario popolato dalle specie stanziali e arricchito da quelle di passo, dalle nidificanti, e dalle specie che trascorrono sull’isola solo il periodo invernale, ovvero le svernanti.

Uno dei fenomeni che incrementa significativamente la diversità insulare a livello specifico riguarda, per esempio, le migrazioni degli uccelli. Tutte le specie che si spostano dal Continente africano verso l’Europa, durante la primavera, e viceversa, durante l’autunno, seguono precisi percorsi che interessano le isole. A queste si mescolano specie che invece seguono i meridiani, uccelli che lasciano i quartieri riproduttivi dell’est Europa per svernare nel bacino del Mediterraneo.
Ischia, in primavera e in autunno, è investita da ondate di gufi, usignoli, upupe e variopinti silvidi. Uccelli passeriformi, grossi rapaci, trampolieri che utilizzano l’isola come scalo lungo una rotta di migliaia di chilometri. Altri ci passano l’inverno, o decidono di nidificare. Ischia, come altri scali del Mediterraneo, per questi uccelli rappresenta la sopravvivenza.
La diversità delle specie che migrano, nidificano o svernano, rappresenta un patrimonio naturalistico dell’intera umanità e il bacino del Mediterraneo, con le sue isole, garantisce che tutto questo si preservi e si ripeta miracolosamente ogni anno.

Un turnover di fauna che arriva o che riparte, che si colloca in precise nicchie ecologiche offerte dall’isola. Le pinete dell’isola di Ischia (un sito di importanza comunitaria per la conservazione degli habitat, SIC-IT8030022) ospitano regoli (Regulus regulus) e fiorrancini (Regulus ignicapilla), tortore (Streptopelia turtur) e colombacci (Columba palumbus); i boschi a latifoglie e la macchia mediterranea del corpo centrale (sito di importanza comunitaria SIC-IT8030005) sono ambienti fondamentali alla sopravvivenza di Tordo sassello (Turdus iliacus), Tordo bottaccio (Turdus philomelos), Cesena (Turdus pilaris) e Tordela (Turdus viscivorus). Le rupi costiere (altro SIC-IT8030026) ospitano una rara colonia di gabbiano corso (Ichthyaetus audouinii) un laride di grande importanza ecologica che nidifica sull’isola ormai da diversi anni.
Il falco pescatore (Pandion haliaetus), il pellegrino (Falco peregrinus) e il nibbio bruno (Milvus migrans) solcano i cieli di altri siti dell’isola che sono scaturiti dalla direttiva europea per la tutela habitat: la stazione di Cyperus polystachyus (SIC-IT8030034) e i fondali marini di Procida e Vivara (SIC-IT8030010).
La fauna cavernicola ischitana è arricchita da ortotteri, misidacei e i più vistosi pipistrelli come il ferro di cavallo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum) e minore (Rhinolophus hipposideros).
L’effetto dell’isolamento si fa sentire su specie con una scarsa capacità dispersiva come piccoli rettili e anfibi. La popolazione ischitana di rospo smeraldino (Bufo balearicus) potrebbe rivelare interessanti peculiarità da un punto di vista evolutivo.

La diversità che è custodita dall’isola sopravvive in ragione di diverse componenti che interagiscono, come la collocazione spaziale di Ischia, dei suoi ambienti e della integrazione tra attività umana e biodiversità. Si tratta di un equilibrio che solo un’attenta gestione può rendere duraturo. Gestire la biodiversità è un complesso sistema di iniziative entro cui si innesta prima di tutto la conoscenza e la capacità di elaborare modelli predittivi.
La gestione di un patrimonio naturale se collegata alla conoscenza dei fenomeni che lo governano potrà svilupparsi senza limitazioni dogmatiche. Studiare i processi e le variabili coinvolte è l’unica strada percorribile per tutelare compatibilmente e consapevolmente la natura, garantendo anche uno sviluppo economico delle popolazioni locali. In questa visione deve comunque essere garantito un energico contrasto all’illecito (bracconaggio, devastazione e vandalismo) che impoverirebbe il bene da conservare, trascinando l’opinione pubblica verso una deviante forma di fruibilità. L’appostamento per la caccia alle specie migratrici che passano e sostano sull’isola è una forma di barbarie, non un diritto, ne uno sport, tantomeno una passione. Così, purtroppo, ingannate dai richiami, periscono centinaia di quaglie (Coturnix coturnix) che giungono sulle coste di Ischia durante il passo primaverile.

Un fruibilità del bene ambientale basata sui principi della conservazione deve, quindi, preoccuparsi di informare, emozionare e divertire. Deve basarsi su una precisa identità del bene e deve contribuire alla sua conservazione.
La fruibilità è un importante volano di economia per le comunità locali che non devono intendere la conservazione dei beni naturalistici come una limitazione o una deprivazione di questi.
Il bene ambientale è, prima di tutto, delle popolazioni locali che lo hanno conservato fino ad oggi. Lo hanno conservato attraverso uno sfruttamento equilibrato e compatibile. Cosa è successo, perché da un certo momento in poi è stato necessario attuare delle politiche di conservazioni più stringenti? Il progresso dei mezzi deputati allo sfruttamento ha sempre più affinato e ottimizzato la pesca, l’agricoltura, l’estrazione di materie e acqua.

L’impatto demografico è aumentato considerevolmente, così come la capacità che l’uomo ha acquisito negli spostamenti viaggi ed esplorazioni. Ma non basta, non è solo questo che ha fatto virare le politiche di tutela verso una strategia della privazione piuttosto che della gestione. Se vogliamo innescare politiche di fruibilità compatibili con le economie locali, se vogliamo evitare scontri sociali tra cittadini e enti di gestione, dobbiamo necessariamente risolvere questo quesito, dobbiamo capire come e quando si è rotto questo equilibrio.
Ischia merita questi livelli di attenzione nelle politiche di pianificazione territoriale. Il patrimonio naturalistico è parte integrante del sistema isola e delle attività umane. Lo sfruttamento delle risorse naturali del suolo del sottosuolo e del mare di cui è circondata non possono prescindere da uno studio dettagliato dei sistemi naturali. Una strada che conduce ad una corretta gestione che potrebbe evidenziare elementi di pregio che si aggiungono a quelli esistenti aumentandone il valore turistico.