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Un mare pieno di lucciole

Hanno inseguito per 17 anni con una telecamera le “lucciole del mare”, ovvero quegli animali marini che hanno la capacità di emettere luce. E infine sono giunti a una conclusione, piuttosto inattesa: il 76% dei viventi che si muovono nelle acque salate tra la superficie e 3.900 metri di profondità …

Due compleanni in uno

“Futuro remoto” compie 31 anni. Solo uno più dei trenta che compiono la commissione Brundtland[1] e il “suo” sviluppo sostenibile.

È, questa, una circostanza  che trova un sia pur casuale collegamento tra  quasi tutti i temi che saranno oggetto dell’evento di quest’anno a Futuro Remoto. In particolare nei temi dell’Energia, della Chimica verde, nell’Agrifood, nella Fabbrica intelligente, nei Mezzi e sistemi di trasporto, negli Ambienti di vita, nel Mare di risorse.

Temi nei quali vedo un contesto,  che diventa sempre più importante, nella qualità e nella quantità. È quello degli ambienti di vita. Ambienti che da qualche anno sono sempre più, vale a dire per sempre più persone, la città. È infatti quasi dall’inizio di questo secolo che la popolazione terrestre vive per oltre il 50% in città capovolgendo la millenaria tendenza alla residenza prevalentemente rurale. Non solo vive oggi, ma vivrà in maniera crescente in futuro. Tanto che è realistico ritenere che alla fine del secolo, quando la popolazione terrestre potrebbe stabilizzarsi intorno a 10 miliardi di abitanti la percentuale di cittadini inurbati si aggirerà intorno al 75%. Il che significa che vivranno in città circa 7,5 miliardi di persone: l’equivalente della attuale popolazione del pianeta.

È, questa una annotazione importante perché è in questo contesto che vanno considerate molte delle connessioni che saranno oggetto di Futuro remoto 2017.

Specialmente se alla individuazione degli ambienti di vita si associa quella della qualità della vita e se per evitare che peggiori, ma che si mantenga per lo meno quale è oggi, occorre puntare su uno sviluppo “sostenibile”. Cioè, secondo la definizione della Commissione Brundtland, “… uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. O, meglio, secondo la successiva “integrazione” fornita, nel 1991, dalla World Conservation Union, UN Environment Programme and World Wide Fund for Nature, che lo identifica come: “… un miglioramento della qualità della vita senza eccedere la capacità di carico degli ecosistemi di supporto, dai quali essa dipende”. Una definizione, quest’ultima, generalmente trascurata dalla ormai trentennale  tendenza a premettere l’aggettivo sostenibile a qualunque sostantivo quasi ad indicare la bontà di ciò cui ci si riferisce e ci si accinge a fare. Ma una definizione che mi sembra più direttamente scaturire dagli allarmanti avvertimenti del primo rapporto del MIT al Club di Roma sui Limiti dello sviluppo (The Limits to Growth, 1970) e soprattutto mi sembra dare il giusto peso alla qualità della vita il cui miglioramento è necessario e, per come è oggi, non tramandabile senza miglioramenti alle generazioni future.

Se questo è il contesto (la città), se questi sono i destinatari (da 7,5 a 10 miliardi di persone), se questo è l’obiettivo (il miglioramento della qualità della vita), la madre di tutte le connessioni sta nel presunto accordo raggiunto a Parigi a dicembre del 2015 dalla quasi totalità dei Paesi della Terra per porre un freno all’incremento delle temperature del Pianeta limitandolo a non più di due gradi, tanto meglio se a 1,5.

Operare perchè questo avvenga concretamente significa stabilire una connessione, rigorosa nei comportamenti, tra la popolazione che continua a crescere e ad inurbarsi e il progressivo sganciamento dall’uso di combustibili fossili; nella progressiva limitazione dell’uso di mezzi e sistemi di trasporto alimentati prevalentemente da derivati del petrolio; nella “intelligenza”  nelle fabbriche manifestata con scelte “sostenibili” nelle cose da produrre e nel modo in cui farlo. Insomma in quella inevitabile somma di modifiche dei modi di vita che consentano di porre il freno auspicato ai sempre più temuti e temibili effetti dei mutamenti climatici già in atto. Il che significa abbattere le emissioni inquinanti in atmosfera soprattutto con riguardo a quelli che vengono definiti gas serra). Emissioni giustamente definite transfrontaliere perché coinvolgono tutta la Terra, tutti i suoi ecosistemi, dovunque siano prodotte le cause delle emissioni. Cause che, comunque, hanno un comune luogo d’origine: la città che, come dicevo, è e soprattutto sarà il più affollato ambiente di vita. E che, al momento, per il modo in cui sono tempestosamente cresciute sono anche diventate le maggiori cause di inquinamento atmosferico (e non solo).

Mi sembra evidente che se all’espressione “ambiente di vita” si vuole associare quella di buona qualità della vita è questo il luogo nel quale una, peraltro inesistente, politica planetaria dell’ambiente deve operare non solo per oggi, ma soprattutto per le generazioni future.

Ugo Leone

 

 

[1] Il rapporto Brundtland (Our Common Future) è un documento realizzato nel 1987, su incarico delle Nazioni Unite, dalla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (WCED) in cui, per la prima volta, venne introdotto il concetto di sviluppo sostenibile. Il nome della Commissione deriva da quello della norvegese Primo ministro Signora Gro Harlem Brundtland, che in quell’anno era presidente del WCED e coordinatrice dei lavori.

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